“Muovi l’Italia cambia il mondo” Intervento apertura del Ministro Andre Riccardi alForum della Cooperazione Internazionale

Signor Presidente del Consiglio, Presidente del Burkina Faso, cari amici, grazie a voi della grande, sorprendente partecipazione, che manifesta  entusiasmo per la cooperazione internazionale. Non siamo qui per un momento di autocompiacimento da reduci di belle imprese. Ma siamo convinti che si tratti di un appuntamento non solo importante per noi, ma per dare futuro all’Italia nel mondo, attraverso una coraggiosa estroversione di cui la cooperazione è, a mio avviso, un forte elemento costituivo. In questa prospettiva il Forum è un momento di sintesi di mille idee ed esperienze, emerse nel lungo e partecipato processo preparatorio. Troppo ci siamo lasciati andare all’idea grigia del declino come destino inevitabile.

Declina nei giovani, bombardati da messaggi pessimistici. Declina  nel ripiegamento delle classi dirigenti e nell’autoreferenzialità della politica; in una società che guarda al mondo spesso come una minaccia. Non siamo qui per negare le difficoltà: ce le siamo raccontate in questi mesi di Governo presieduto da Mario Monti, che ha avuto il coraggio di dire la verità al Paese. Per questo voglio dichiarargli la mia stima e affetto. Siamo convinti che il declino non è un destino già scritto. E’ anche una malattia interiore che lentamente  corrode il  Paese, ieri pronto  ad  aprirsi e quindi  a intraprendere: una malattia che frammenta anche  le  reti di solidarietà  che  ci avevano fatti più  grandi e amati nel mondo. Solidarietà sembra parola abusata, un vago buonismo: significa soprattutto unità nel senso di un comune destino. La ricerca dello star bene da soli è una dolce illusione che ci fa perdere in ogni settore della vita, privata o pubblica.

Sembra che solidarietà e risorse limitate siano in conflitto. Ma la solidarietà è una visione del mondo, non olo legata alle risorse. Paradossalmente il bisogno è capace di liberare risorse ed energie solidali. La cooperazione internazionale è un capitolo imprescindibile anche, non solo, della cultura della solidarietà.  Scriveva un autore cinquecentesco Etienne de la Boétie, amico di Montaigne: la solidarietà è “governante degli uomini e strumento di Dio”.

La  cooperazione che oggi rappresentate così numerosi viene da lontano: un grande movimento di solidarietà, motivata dalle culture politiche e religiose di qualche decennio fa. Sembrava che la fine di una stagione storica potesse render caduche tali motivazioni che scaldavano cuori e menti, come lo sviluppo dei popoli decolonizzati. La globalizzazione, ci si chiede, non rende quasi inutile la cooperazione? Se il governo del mondo sembra affidato a forze più grandi, non è velleitaria l’azione di cooperazione? Negli anni trascorsi, un po’ spaesati, gli italiani si sono ripiegati su se stessi. C’è stato un generale fenomeno d’introversione, che ha rimpicciolito progetti e sogni.

Cooperare è invece essenziale nel mondo globalizzato. Un Paese che non coopera  è un Paese che declina. Infatti la cooperazione è una grande via di internazionalizzazione dell’Italia. Non un settore per  esperti appassionati o eroi. La cooperazione è troppo importante per essere lasciata a pochi. Infatti gli italiani, spaesati in un mondo divenuto largo, nella cooperazione possono trovare una via di partecipazione alle vicende del mondo anche solo sostenendo la cooperazione: così si sentiranno meno stranieri all’universo globale. Viviamo in un mondo che sta cambiando rapidamente, in cui siamo talvolta disorientati. Così si

generano interpretazioni utili a tranquillizzare: una globalizzazione provvidenziale  che avvicina i popoli. Invece più ci si avvicina e più si sente il bisogno di distinguersi.I semplificatori, così comodi, non sono all’altezza di un mondo complesso. La storia stessa sembra presa da un vortice. I mondi dove si coopera sono cambiati. Ma restano purtroppo i problemi: fame, carestie, ingiustizie, discriminazioni, cambiamenti climatici, degrado ambientale, povertà, malattie, fragilità degli Stati e istituzioni.

E’ inutile allora cooperare in un mondo complicato? E’ troppo per  un Paese  con meno risorse? Proprio in un momento difficile c’è bisogno di investire nella cooperazione, soprattutto se incardinati nel sogno europeo che moltiplica i nostri sforzi. L’Europa  –qui rappresentata dal Commissario Piebalgs che saluto e ringrazio – aspetta che l’Italia riprenda  con forza il suo posto orientando il domani. L’ancoraggio europeo ci preserva  – non solo per la cooperazione  – da avventure solitarie, difende il nostro modello sociale e di diritti: ci permette di poterci esprimere sullo scenario internazionale. Bisogna riflettere sul futuro della cooperazione europea dopo il 2015 insieme ai nostri partner dopo la valutazione degli obiettivi del millennio.

Ma guardiamo alla nostra cooperazione. Il panorama mi apparve dall’inizio del governo  pesante. Le risorse  crollate in pochi anni.  Molto ridotta la partecipazione a  decine di organizzazioni internazionali, dimezzando anche  il  personale italiano. Le risorse  non obbligatorie  dell’aiuto pubblico allo sviluppo  sono diminuite di circa il 90%. Abbiamo impegni da onorare con le istituzioni internazionali. La cooperazione pubblica è stata frammentata tra vari dicasteri. Fenomeni  paradossali: si assistite al sorgere di uffici all’estero di varie amministrazioni pubbliche, certo anche con altri scopi. Tagliare la cooperazione è stata una scorciatoia: una pronta cassa con cui coprire parte dei tagli  dolorosi  subiti dal Ministero degli Affari Esteri … Divisa, poco considerata,  ai margini del dibattito politico, impoverita, la cooperazione non rischia di spegnersi? Il problema è serio: la crisi della cooperazione, indice grave dell’introversione del sistema Italia, riguarda tutti.

E’ un danno all’immagine all’Italia nel mondo. Guardiano invece ai costi del non cooperare. Quel che resta sopravvive a stento, gestito con grande equilibrio dalla Direzione Generale della Cooperazione allo Sviluppo, ma anche dalla Direzione Rapporti Finanziari Internazionali del MEF e dalla Direzione per lo sviluppo sostenibile dell’ambiente.

Ma oggi il Paese ha bisogno di nuove prospettive, di nuovi mercati. Voglio essere chiaro: la crisi non  può essere spiegata solo dalle eccezionali circostanze macro-economiche, poiché partner europei con evidenti difficoltà,  e non li cito, hanno ridotto gli stanziamenti  meno di noi.  Sulla cooperazione c’è stato un silenzio della politica.

Prova ne è, l’ha detto anche il sindaco Pisapia, la difficoltà dei vari Parlamenti di riformare la legge 49 da molti anni (e sarebbe un lavoro da fare, ma con tempo e lungimiranza). Così la cooperazione è marginalizzata nel dibattito politico.

Il mondo della cooperazione popolare non è stato immune da cambiamenti: professionalizzato ha operato  all’interno di cornici pragmatiche. Si deve registrare positivamente una crescita di etica professionale e di attenzione ai diritti umani. Anche nel mondo delle ONG  – lo dico essendone partecipe  – c’è stata l’assenza di ricambio generazionale. Si è andati  a una qualche “sindacalizzazione” nelle relazioni con le istituzioni, troppo limitate al bipolarismo tra ONG e DGCS, unico interlocutore. E’ un piccolo mondo in estinzione? La cooperazione esaurisce la sua spinta propulsiva? Quel desiderio di cambiare il mondo o di renderlo meno amaro? Non dobbiamo rimpiangere il passato, come reduci. Anzi oggi la storia ci passa davanti con nuove opportunità, la Primavera araba, il nuovo protagonismo africano.

Come ha detto il Presidente Monti, per battere la crisi, l’Italia deve recuperare credibilità: essere solvibili e prevedibili, e sconfiggere una visione rassegnata.

Il Forum può segnare un’inversione di tendenza. Non dobbiamo continuare a mentire ai nostri partner promettendo cooperazione senza realizzarla. Il Forum non è una conclusione, ma una tappa in un cammino che  deve  segnare  un cambio di passo: l’investimento nella creazione di una coscienza e di una passione civile per la cooperazione tra gli italiani, insomma, anche una battaglia culturale per spiegarne il valore e la necessità.

Lo dico come testimonianza personale: in tanti paesi del mondo c’è domanda d’Italia:una richiesta di modelli e eccellenze nazionali tra cui la tutela del patrimonio culturale, il modello cooperativo di cui celebriamo l’anno internazionale, il decentramento amministrativo, l’istruzione, la cooperazione sanitaria, la cooperazione per la sicurezza, l’acqua, l’accesso alle donne, ecc. C’è grande interesse per il modello italiano delle piccole e medie imprese e dei distretti industriali. Si apprezza la nostra maniera di costruire i partenariati, più dialogica e meno impositiva,  segnata da senso di umanità. La presenza qui del Presidente del Burkina Faso e la ripresa della cooperazione con quel Paese è prova che novità possono essere realizzate. Sono convinto che il Burkina Faso e l’Italia siano quasi paesi “frontalieri”, accomunati nella lotta per la stabilità dell’area del Sahel e del Sahara, nella lotta ai trafficanti di uomini e merci illegali.  Saluto anche Ministri della Cooperazione del Niger e del Mozambico, che il 4 ottobre festeggerà i vent’anni della pace firmata proprio a Roma.

Non voglio essere consolatorio, bisogna dire le cose. Il ricordo dell’Italia nel mondo non dura per sempre, se ci sono pochi segnali d’interesse. La cooperazione – va detto coraggiosamente – è anche una risorsa per la crescita dell’Italia. Molti studi economici lo mostrano. Secondo l’ultimo studio dell’ISPI (che ospita parte dei nostri lavori) tra il 1994 e il 2011, ogni euro investito in cooperazione è in qualche modo rientrato. Se si decidesse di operare una svolta, si troverebbe il sostegno in un mondo  d’imprese grandi, medie e piccole e  delle cooperative che mostrano interesse nel Forum, eccellenza italiana molto richiesta anche per un lavoro più dignitoso.

Mi sono interrogato: cosa pensano di tutto questo gli italiani? Hanno altri problemi invece che la cooperazione? I sondaggi dicono che la maggioranza auspicherebbe più risorse pubbliche investite per la cooperazione. Però assistiamo alla caduta della raccolta di aiuti, dallo tsunami –che fu un boom –al terremoto di Haiti che ha poco concluso. Amici, il mondo si fa complesso e la gente non trova facilmente le vie per fare. Il silenzio della  cultura, della  politica, dei partiti sulla cooperazione ha indebolito la sensibilità generale che si è mantenuta solo in alcuni territori. Bisogna ravvivare interessi e passione: aiutare gli italiani a partecipare, anche nel loro piccolo, alla vita del mondo globale.

Per queste ragioni, io  credo sia giunto il momento di ridare slancio alla cooperazione rendendola una politica decisa, autonoma, integrata  nel il Paese, capace di far crescere l’entusiasmo dell’Italia e per l’Italia. In questi anni nonostante i limiti il Paese si è internazionalizzato. La rete diplomatica ha fatto un lavoro importante e saluto il ministro Terzi. Gli amministratori locali hanno  costruito ponti; abbiamo più di 1.400 tra ONG e ONLUS ma anche lo sterminato universo micro-associativo; le associazioni del commercio equo e solidale, le cooperative; le comunità e le imprese degli immigrati connesse coi loro paesi. C’è l’impresa italiana che cerca opportunità. C’è, soprattutto, la voglia di mondo e la spinta all’uguaglianza che anima molti giovani e studenti. Ci sono  i quasi settemila cooperanti, come  la carissima  Rossella Urru, che oggi ascolteremo,  ma  sono di più.

Costruiscono relazioni  con popoli che sembrano distanti. Non si tratta di eroi solitari, anche se alcuni di loro hanno perso la vita e ci sono ben presenti. Sono italiani, in prevalenza donne,  che  portano dentro di sé volti, storie, universi. Per loro tramite, questi mondi  entrano nel nostro orizzonte.

Voi siete un’Italia migliore che non teme il mondo, non si rassegna all’assenza di sviluppo, vuole che si cresca insieme a tutte le latitudini. Indeboliti dalla complessità della globalizzazione,  non avete perso la speranza come mostrano i vostri progetti. Avete mostrato tenacia e fantasia, mettendo in luce come la solidarietà non dipende solo dalle risorse. L’isolamento deve finire. Il tuo progetto, la tua iniziativa, anche se piccola, è una risorsa se inserita liberamente in un grande disegno. Quel disegno che vogliamo delineare perché il progetto di ognuno non sparisca.

Che fare allora? In primo luogo farsi sentire: riportare la cooperazione nel dibattito nazionale, connetterla  al bisogno vitale di uscire dal declino;spiegare perché è necessario che l’Italia si rimetta in moto in questo campo e faccia la differenza. A chi dice che la cooperazione  è un lusso, rispondiamo che investire nella cooperazione è la premessa di un’Italia internazionalizzata, che cresce. Amici, non dobbiamo accontentarci si sentirci nel giusto o di fare una bella cosa, bisogna che gli italiani entrino in questi ragionamenti. Ci dobbiamo sforzare di abbandonare i gerghi per addetti ai lavori. L’universo della cooperazione è più ricco di  quello che si dice, ma manca di una narrazione pubblica.

La  vostra partecipazione alla preparazione al Forum, la presenza del Presidente Monti e di tanti Ministri che ringrazio per il loro appoggio, mostra l’interesse per la cooperazione e il bisogno di parlarne. L’intervento autorevole del Ministro degli Esteri credo si spenderà in questo senso. Di quale cooperazione sto parlando? Non solo del tradizionale aiuto pubblico allo sviluppo. L’aiuto pubblico resta centrale: non si può prescindere dalla scelta orientativa dello Stato. Si tratta però di valorizzare relazioni diffuse create da gemellaggi, regioni, programmi di sostegno tecnico, rimesse (su cui questo governo ha abrogato un’ ulteriore imposta), cosviluppo delle comunità immigrate, volontari,  trasferimento di know-how e cultura imprenditoriale, università  infine anche dagli investimenti esteri diretti.

Lo Stato dovrà investire di più in cooperazione, ma tutta la società deve sostenerla attivamente.  Cooperazione  e internazionalizzazione del sistema  italiano sono connesse con vantaggi reciproci.

Cooperare è  vantaggio di tutti. Manifesta un’idea di  politica estera e di  presenza internazionale legata alla Costituzione, di solidarietà in un mondo in cui non ci si può chiudere alle sfide e ai dolori di altri paesi. Dalla guerra mondiale, l’Italia ha fatto scelte di grande immedesimazione nel destino comunitario del mondo: dalle Nazioni Unite all’Europa, ma non solo. La cooperazione nasce dalla convinzione che l’assenza di sviluppo di una parte del mondo mi riguarda perché il mondo è una casa comune.

Il modello italiano si realizza attorno ad alcuni  pilastri di cui parleremo.  Il Trattato di Lisbona considera la cooperazione una politica costituzionale dell’Unione. Abbiamo introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, non potremmo fare qualcosa di più forte per la cooperazione? Poi serve un serio piano di riallineamento dei nostri impegni  con un graduale  aumento dell’aiuto pubblico allo sviluppo. E’ importante la prevedibilità dell’aiuto per programmare.

Abbiamo bisogno di un nuovo modello che faciliti la collaborazione tra attori senza appesantire il sistema. La cooperazione  ormai  non  è più lo strumento  di un solo Ministero, è diffusa. Ma ha bisogno di una peculiare identità che – a mio modesto avviso e non sto parlando di me – si incarni in un Ministro come voluto da questo Governo. Il Ministro della Cooperazione Internazionale e della Integrazione incardinato nella Presidenza del Consiglio nasce per la prima volta nella  vita della Repubblica per assicurare unitarietà e coerenza alle politiche di cooperazione. Dopo l’eccezionalità del Governo tecnico si tornerà al passato? Sarà sufficiente un Forum per fondare  una politica dopo tanto rallentamento? È un inizio. Ma io sono ottimista. Molte persone qualificate si sono impegnate negli ultimi quattro mesi a pensare i nuovi termini e la grammatica della cooperazione:vedendo questo laboratorio sono ottimista.  La vostra grande presenza e partecipazione mi fanno sperare in un nuovo paradigma. Muovi l’Italia, cambia il mondo! dice il nostro motto. È una considerazione forse romantica ma la passione è necessaria in un atto fondativo. È necessaria la passione. Non è  ingenuità: ho letto le riflessioni preparatorie, pur così tecniche e concrete.  Ho trovato voglia di un’Italia diversa dall’immagine di Paese diviso e frazionato in solitari approcci. Io penso che la crisi ci ha reso più pensosi  e ci ha spinto a desiderare un sistema più unito.

Il vostro entusiasmo e impegno mostrano che questo appuntamento ha creato attese. Il Parlamento, chiamato a approvare la legge di stabilità, deve assumersi le sue responsabilità. Ai nostri partner di cooperazione dobbiamo dire la verità. Faremo della cooperazione internazionale una politica centrale del Paese, ma non potremo arrivare all’obiettivo europeo dello 0,7% del PIL nel 2015. Possiamo  forse giungere  in tre anni a circa la metà,  come indica il Documento di Economia e Finanza. Nuove risorse verranno impiegate soprattutto per aumentare presenza e professionalità; per riallinearci gradualmente ad alcuni impegni presi -come ad esempio il Fondo Globale; per ridare fiato alla società civile, soprattutto ai giovani, costruttori di un’Italia a suo agio nella globalizzazione. Anche la cooperazione territoriale si è messa in movimento con il Forum di gennaio organizzato dal Comune di Torino. Muovi l’Italia, cambia il mondo. Qualcosa si  sta muovendo.

In questi due giorni abbiamo la serenità di proiettarci ragionevolmente verso il futuro con diverse sensibilità, perché siamo gente diversa. Guardandoci indietro tra un anno ci sorprenderemo di aver  fatto l’impossibile. Soprattutto, di aver messo in luce idee italiane. Mi auguro che già domani, nel  fare la sintesi delle prospettive, avremo significative sorprese. È certo che, fin da ora, come ha detto il Presidente della Repubblica nelle sue importanti parole, per chi ha fatto cooperazione “i risultati raggiunti in decenni di fatiche e di conquista, di successi e anche di errori…danno loro ragione”.

Non dobbiamo sprecare questo prezioso patrimonio di ragione e  di  vissuto umano e politico, dobbiamo investirlo sul futuro.

Milano 1 ottobre 2012

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