REPORT DI VIAGG…

REPORT DI VIAGGIO A KABALA IN SIERRA LEONE

Free Town ci ha accolto con la sua luce, i suoi colori, la sua confusione. Era pomeriggio, verso il tramonto, quando siamo atterrati e, dopo neppure un’ora, in auto verso il traghetto eravamo immersi nell’oscurità. E non solo perché più ti avvicini all’ equatore e più il sole cala rapidamente dietro l’orizzonte, ma soprattutto perché ti trovi in una realtà che, ad esclusione dei grandi alberghi, non conosce la luce elettrica. Eppure nel buio la vita si svolgeva attorno a noi. A grappoli, per le strade nei pressi di baracchini che vendevano rinfreschi e lungo la strada, intravedevi uomini, donne, ragazzini parlare, camminare, rischiarati dalle luci di fari delle poche auto e da qualche fuocherello che riscaldava vivande. Dopo le lunghe ore di aereo, per arrivare alla città vera e propria c’è ancora un viaggio: un tratto in auto, poi un traghetto per raggiungere la penisola, sulla quale, in maniera disordinata e caotica, la città si è allargata: qualche palazzina, qualche edificio di rappresentanza, casette basse, baracche più o meno sgangherate, ciuffi di verde, qualche pianta lungo il ciglio della strada, ma un bel verde, begli alberi sulla collina ai piedi della quale si stende Free Town[1]. Eppure il contrasto con la nostra “modernità” doveva vedersi solo dal giorno seguente, quando abbiamo raggiunto Kabala, il capoluogo di una regione del nord del paese, Koinadugu, dove abbiamo trascorso una settimana alloggiando nella accogliente foresteria vicino alla abitazione di Peter Bayuku Koteh, il governatore del distretto di cui eravamo ospiti. Infatti percorsi i primi cinquanta chilometri, più o meno, la strada non era più asfaltata; inoltre la mancanza di precipitazioni da oltre quattro mesi rendeva il tutto molto polveroso, tanto che gli alberi lungo la strada avevano le fronde rossastre del colore della terra, di quella tinta terra di Siena, come quello dei campi da tennis. Questa terra ci ha riempito gli occhi i giorni a seguire, nelle campagne e nei villaggi.

Di questo colore le case di fango con i tetti di paglia, con questa terra i mattoni delle casette in muratura, terreno anche seminato con piccoli orti vicino alle abitazioni. Mentre le grandi estensioni sono per lo più lasciate incolte complice la mancanza di acqua, anche se qua e là si vedono, fuori dei villaggi, campi di lenticchie e risaie, che forniscono – queste ultime – il cibo base del Paese: appunto il riso, ma di un tipo diverso dal nostro o da quello orientale, il basmati, che ormai troviamo comunemente nei supermercati. Riso che vedevamo cuocere in ogni villaggio su fuochi davanti a ogni capanna, mentre un bimbetto accanto alla madre, di solito, pestava la manioca per renderla poltiglia e aggiungerla all’altro piatto. Si, perché in Sierra Leone si cucina per terra, sulla terra battuta, a ogni ora del giorno, mentre qualche gallinella lì attorno becca qualche chicco di riso o cerca insetti nel terreno. E attorno si svolge la vita del villaggio: vedi camminare, con un’andatura davvero regale, donne e giovinette con in testa secchi, cesti, borse o quant’altro, senza inciampare nelle buche o sui sassi su un terreno sconnesso e spesso con neonati “inzainati” in stoffe multicolori sulla schiena; vedi gruppetti di bimbi  che giocano correrti incontro con sorrisi negli occhi, giovanotti andare in motorino – su un sellino in tre – e non si sa cosa sia il casco. Più in là  per lo più le donne pompano acqua da un pozzo e si vedono spiazzi dove sono sparse granaglie e, appoggiati vicino, grandi setacci. Non si comprende bene come sia l’ “organizzazione”, quali le funzioni, i progetti, gli obiettivi. Ma, nonostante i problemi del Paese (aspettativa di vita 42 anni, mortalità infantile al 25%, PIL 200 dollari l’anno pro-capite, cibo scarso e dieta povera) la gente è bella. Forse i malati e gli storpi non si vedono per le strade, ma girando non si ha l’impressione di persone denutrite. Questo un po’, a grandi linee, il panorama generale. Poi ci sono stati gli incontri: con la scuola primaria di Yagala, un villaggio vicino al capoluogo del distretto, dove circa centocinquanta bambini ci hanno accolto nello spiazzo antistante le aule, accompagnati dai loro maestri, nella loro divisa blu cielo, ordinati, in fila dai più piccoli ai più grandini, intonando il loro inno nazionale. E in verità nella zona abbiamo visto molti altri edifici scolastici, sia di base sia a indirizzo professionale, sia cattoliche, che musulmane o laiche, testimonianza di un’attenzione del governo della regione alla formazione e al sapere specie verso i bambini anche se non è sempre facile far comprendere alle famiglie,  cui sottrai braccia, l’importanza della scuola.

Abbiamo assistito ad una cerimonia che prepara le bimbe che stanno diventando donne al loro rito di “passaggio all’età adulta”. Tutto il villaggio ed anche tribù vicine erano venute alla festa  che consisteva in balli e canti, accompagnati da musica a percussione, delle adolescenti prossime al rito che sembravano stordite.

Come pure era pressante la folla loro intorno che interveniva battendo le mani, cantando e portando doni. Siamo rimasti sconvolti nell’apprendere che la sera sarebbero state portate in una radura “sacra” del bosco dove le donne anziane del villaggio avrebbero loro praticato l’infibulazione. E ciò non accade solo nei paesini sperduti, ma anche nella capitale; non solo tra i contadini ignoranti, ma anche nella famiglie dove si è studiato; non solo tra gli animisti, ma anche tra cristiani e musulmani. Perché queste tradizioni tribali sono trasversali e pare sia impossibile debellarle, nonostante si festeggi nel paese l’8 marzo, nonostante ci siano ambulatori ed ospedali con attrezzature moderne e i medici più giovani, del luogo, siano preparati ed eseguano operazione con tecniche moderne. Abbiamo incontrato capi villaggio e visitato strutture realizzate con la collaborazione di Microcammino ed altre Onlus, come la casa che ospiterà i bambini ciechi, altrimenti abbandonati dalle famiglie per strada a sopravvivere chiedendo l’elemosina, come il nuovo ambulatorio con la sala dentistica, la sala medicazioni e l’oculistica. Abbiamo conosciuto le due infermiere che fruiscono di una borsa di studio, per meglio specializzarsi nella professione che hanno scelto, grazie alla generosità di sponsor italiani, come pure Antonio, infermiere con oltre quaranta anni di esperienza in ambito ospedaliero e già volontario in altri stati africani, che grazie a Microcammino rimarrà alcuni mesi a prestare la sua opera nel locale ospedale che ci ha portato a visitare. Siamo stati invitati ad entrare nelle casupole, ci siamo resi conto della povertà di questi alloggi con miseri giacigli, senza servizi igienici, niente acqua, niente luce, ne’ dispense, ne’ ripostigli, ne’ armadi. Nelle visite Peter ci ha sempre presentato, a volte abbiamo preso la parola per portare il nostro saluto e porgere alcuni doni, come occhiali, orologi, abiti, medicine, pennarelli, dolci e denaro raccolto tra i sostenitori della Associazione. Portiamo a casa tanti interrogativi, la loro amicizia e la loro accoglienza, la voglia di fare ancora, anche se siamo consapevoli che non tutti gli sforzi sono e saranno utili, ma ciò non può essere una giustificazione per sottrarsi alla generosità. Ci auguriamo che i tecnici della Casa dell’acqua di Milano che erano con noi riescano a realizzare, dopo gli incontri e le informazioni raccolte in questo viaggio, un progetto di estrazione e distribuzione dell’acqua, che i volontari di Emergency che abbiamo conosciuto e con cui abbiamo condiviso alcuni incontri, continuino la loro esperienza e soprattutto che Peter, che con tanta generosità è rientrato tra la sua gente, dopo anni di studio all’estero, per mettere a frutto progetti e realizzazioni per il suo Paese, riesca a veicolare, soprattutto tra i più giovani, conoscenze, sapere, capacità e modo di agire, fattori indispensabili per ogni miglioramento, che, per avere valore e durata, deve essere creato dall’interno e non portato dagli altri.

Annasimona Sicoli – 28 marzo 2012

[1] Free Town e cioè “città libera” perché fu fondata dai discendenti degli schiavi, ormai uomini liberi, ritornati nelle loro terre dall’America.

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